Famiglia, la Chiesa non detti l’agenda alla politica: la affianchi

È tempo di dialogo e non solo di diagnosi negative. La famiglia è minacciata da povertà, disoccupazione e precarietà, non dalle unioni civili. LOSCRIVITU'

È tempo di dialogo e non solo di diagnosi negative. La famiglia è minacciata da povertà, disoccupazione e precarietà, non dalle unioni civili. LOSCRIVITU’

PRAIA A MARE – La riforma di Papa Francesco supera gli aspetti esteriori e popolari, dal momento che invita ad una maturazione ecclesiale sempre più profonda.

Sulla scia del Concilio Vaticano II esorta la Chiesa ad uscire, cioè a non avere paura del mondo e nemmeno del dialogo con esso e con tutti coloro che lo abitano.

Il papa latinoamericano rifugge lo scontro: non si evangelizza a forza di anatemi o sentenze su tutto quello che nel mondo non procede secondo la dottrina cristiana, ma stabilendo con esso un dialogo sincero e propositivo.

“La Chiesa crede di poter contribuire molto a umanizzare di più la famiglia degli uomini e la sua storia. Al tempo stesso essa è persuasa che, per preparare le vie al Vangelo, il mondo può fornirle in vario modo un aiuto prezioso mediante le qualità e le attività dei singoli o delle società che lo compongono”. (GS 40)

La Chiesa per vivere l’oggi della storia non deve svendersi ma incontrare tutti, senza timore di smarrire la sua specifica identità.

Ma il dialogo riflette la prassi ecclesiale oppure i cattolici sono abituati a sentirsi soltanto perseguitati, non uscendo più dai loro recinti? I cattolici abitano ancora il mondo politico, sociale e civile?

Il dialogo però non consiste nel dettare l’agenda alla politica, ma lavorare insieme per l’umanità: “Dovunque è l’uomo in cerca di comprendere sé stesso e il mondo, noi possiamo comunicare con lui; dovunque i consessi dei popoli si riuniscono per stabilire i diritti e i doveri dell’uomo, noi siamo onorati, quando ce lo consentono, di sederci fra loro”. (Paolo VI, ES 54).

In realtà il dialogo, o mutuo rapporto “Chiesa-mondo” è stato la grande novità del Concilio Vaticano II, che dopo secoli di rigidismi e condanne sceglieva la medicina della misericordia e l’incontro come strumenti per svolgere la sua missione nel mondo.

Riempire una piazza è legittimo e valoroso, ma non sarebbe maggiormente auspicabile uno spazio di confronto e dialogo con coloro i quali la pensano diversamente da noi? Questo esige una critica al modello formativo-culturale della Chiesa italiana, ancora troppo legata a schemi passati che non hanno più nulla da dire agli uomini d’oggi e non è più in grado di rispondere alle attese della cultura odierna. Una Chiesa che vive la cultura dell’incontro si allena a farsi sensibile e attenta ai segni dei tempi. Sensibile a percepire i desideri e le attese degli uomini d’oggi, spesso celati dietro comportamenti e linguaggi non sempre conformi alla dottrina cattolica.

Le donne e gli uomini del XXI secolo evidentemente desiderano essere più accompagnati che allontanati, più accettati che condannati, più ascoltati che riempiti di discorsi. “Per ricercare ciò che oggi il Signore chiede alla sua Chiesa, dobbiamo prestare orecchio ai battiti di questo tempo e percepire l’odore degli uomini d’oggi, fino a restare impregnati delle loro gioie e speranze, delle loro tristezze e angosce. A quel punto sapremo proporre con credibilità la buona notizia sulla famiglia.” (Discorso nella veglia in preparazione al sinodo sulla famiglia, 4 ottobre 2014, Papa Francesco).

Il rapporto tra i cattolici e la società necessita di riscoprire il valore del dialogo, della laicità e dell’impegno profetico nel mondo, il quale non si caratterizza per lotte ideologiche, prassi pastorali simili al proselitismo o eventi sporadici di pubblica testimonianza. Alla sequela di Gesù, pienamente uomo, il nostro relazionarci deve essere trasparente e libero. Dove è finita l’opzione preferenziale per i poveri, il mettersi dalla parte di chi non ha voce o il dissenso contro l’inquinamento, la mafia, la malasanità, la disoccupazione e la falsa politica? “L’attività della Chiesa – quando non vuole appartenere alle potenze stabilite e oppressive, che difendono anche lei – deve consistere in una educazione degli uomini a tale impegno individuale e collettivo per gli altri e nella concreta assunzione di mansioni sociali per i poveri, gli oppressi, gli sfruttati e i sofferenti esistenti nei singoli popoli e tra i popoli”. (K. Rahner, Nuovi saggi, V, p. 701).

L’impegno profetico nel mondo significa saldare cielo e terra.

Alla radice della manifesta crisi familiare c’è l’individualismo esacerbato che logora ogni spazio sociale. Ma anche la povertà, la mancanza di lavoro e la diffusa precarietà che compromettono persino gli affetti. La Chiesa dovrà mostrare dunque di sapersi confrontare con le crisi sociali, individuandone le cause e curando le ferite non soltanto facendo diagnosi negative.

Così si esprimeva il cardinale Carlo Maria Martini in un colloquio con Ignazio Marino su l’Espresso nel 2012: “Io ritengo che la famiglia vada difesa perché è veramente quella che sostiene la società in maniera stabile e permanente e per il ruolo fondamentale che esercita nell’educazione dei figli. Io sostengo il matrimonio tradizionale con tutti i suoi valori e sono convinto che non vada messo in discussione. Se poi alcune persone, di sesso diverso oppure anche dello stesso sesso, ambiscono a firmare un patto per dare una certa stabilità alla loro coppia, perché vogliamo assolutamente che non sia? Io penso che la coppia omosessuale, in quanto tale, non potrà mai essere equiparata in tutto al matrimonio e d’altra parte non credo che la coppia eterosessuale e il matrimonio debbano essere difesi o puntellati con mezzi straordinari perché si basano su valori talmente forti che non mi pare si renda necessario un intervento a tutela. Anche per questo, se lo Stato concede qualche beneficio agli omosessuali, non me la prenderei troppo. La Chiesa cattolica, dal canto suo, promuove le unioni che sono favorevoli al proseguimento della specie umana e alla sua stabilità, e tuttavia non è giusto esprimere alcuna discriminazione per altri tipi di unioni”.

Chi vive liberamente la propria identità non si sente schiacciato dal riconoscimento dei diritti altrui.

*studente di teologia presso PFTIM – Catanzaro

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